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Sopravvissuta nel difficile periodo della dominazione spagnola, la siderurgia della Valsassina riprese vigore con la dominazione austriaca dell'imperatrice Maria Teresa e successivamente del figlio Giuseppe II. L'industria mineraria, invece, conobbe un irreversibile declino. Per tutto il Settecento e i primi anni dell'Ottocento vennero incentivate le innovazioni tecnologiche e si favorì la razionalizzazione dei forni fusori, contemporaneamente furono aboliti i dazi interni e si potenziarono le vie di comunicazione. Ciò nonostante anche la produzione siderurgica venne coinvolta in una crisi interna ed internazionale che, alla metà del XIX secolo, portò perfino le realtà più consolidate e tenaci alla cessazione della propria attività.

Per molti aspetti analoga fu la sorte dell'industria serica lecchese e più in generale lombarda. Prima venne favorita da una crescente domanda internazionale (basti pensare che nel territorio lecchese alla metà del secolo XVIII si concentravano il 33% di tutti i mulini di seta operanti nel Ducato di Milano, il 29% dei valichi di filatura e il 58% dei valichi di torcitura) e successivamente dovette sottostare ad alcuni limiti che ne condizionarono fortemente lo sviluppo e il consolidamento (parassiti dei gelsi, concorrenza estera).

Le vicende della siderurgia e dell'industria serica sono fattori importanti per capire anche la crescita della metallurgia nel territorio lecchese, sia per le dinamiche connesse alla disponibilità di forza lavoro, sia per mettere in luce scelte rivelatesi preziose nelle fasi congiunturali più difficili.

Fin dai primi anni dell'Ottocento l'industria metallurgica lecchese, localizzata nella cosiddetta "Vallata" (una fascia di comuni a nord di Lecco attraversati dal corso del torrente Gerenzone e dalla sua derivazione artificiale, la Fiumicella), cominciò a strutturarsi come "area-sistema", capace di adeguarsi con maggiore flessibilità e dinamismo ai veloci e spesso drammatici mutamenti del quadro storico-politico italiano.

"Una fonderia, cinquanta fucine con maglio, sessanta curri o trafile e molte altre piccole fucine senza maglio e botteghe, ove si riduce in qualunque opera minuta, come catenelle lucide, minuta chioderia, ecc": questo il sintetico quadro fornitoci dall'allora vice-prefetto Tamassia sulle condizioni in cui versava, agli inizi dell'Ottocento, la principale delle attività economiche del territorio lecchese. Una situazione positiva, destinata ad evolversi ulteriormente negli anni seguenti.

Elemento basilare del sistema produttivo erano le fucine grosse per la produzione dei masselli; questi erano poi ridotti dalle fucine piccole in verghe tonde (tondinella), quadrate (quadretto) o piatte (regia), oppure passate ai magli da utensili, dove si costruivano arnesi di ogni tipo o attrezzi più voluminosi. Poi vi erano opifici specializzati nella produzione di chiodi, serrature, arnesi da serramenti, fibbie, morsi, catename, ecc.

Ma la lavorazione per cui era maggiormente noto il lecchese era il filo di ferro, che avveniva nelle trafilerie: nel 1850 si trattavano circa 11 milioni di Kg. di ferro, un volume che faceva del territorio lecchese un polo unico nel Regno d'Italia.

Un secondo elemento caratterizzante il sistema produttivo lecchese era la concentrazione degli opifici, determinata soprattutto dall'abbondanza di energia idrica fornita dal torrente Gerenzone. All'epoca dell'Unità d'Italia si contavano ben 153 stabilmenti, quasi totalmente concentrati nella "Vallata".

L'industria lecchese conobbe intorno al 1870 una forte crescita, con apice nel triennio 1871-73; un progresso causato essenzialmente dalla specializzazione e razionalizzazione del sistema tra i diversi soggetti protagonisti, determinante in funzione del suo sviluppo futuro.

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